Cate Blanchett on the cover of Vanity Fair Italia

Tuesday, Sep 25, 2018

Hey everyone!

Time to add one more magazine to our collections! We are not complaining!
Cate Blanchett graces the cover of Vanity Fair Italy new issue (October 3). The site of the magazine has released a part of the interview. Enjoy!

Cate Blanchett: «Il futuro che vorrei costruire»

Cate Blanchett si è rotta un dito del piede poco prima di posare per le foto che vedete in queste pagine e di rilasciare l’intervista che state per leggere.
Niente di grave, incerti del mestiere. Il dito se lo è rotto saltando con troppa forza nell’enfasi interpretativa di un episodio di Documentary Now!, una serie ideata dagli stessi produttori dello show comico Saturday Night Live. Cate è stata chiamata a fare la parodia di un’artista-performer stile Marina Abramovi?.
«Una parodia o un omaggio?», si domanda, sorridendo, la splendida Cate durante questo nostro incontro, in qualità di global ambassador di Giorgio Armani Beauty.
Negli ultimi mesi, sui tappeti rossi – da Cannes, dove era presidente della giuria, a Venezia – è apparsa ancora più splendida e carismatica del solito, come se avesse raggiunto lo zenit dello stato di grazia e consapevolezza, capace di maneggiare alla perfezione, unica della sua specie, i segreti del divismo e del talento, della popolarità di massa e dell’indiscusso rispetto di registi, artisti, colleghi.

Tema del giorno: l’industria del cinema che cambia, le polemiche pro e contro Netflix. Lei come la vede?
«Lo streaming è una novità dirompente che serve ad aprire a un nuovo pubblico e a generare nuove forme di consumo del cinema. Probabilmente era anche una evoluzione inevitabile e necessaria, perché ha messo in discussione un sistema che si stava avvitando su se stesso: stessi film, sequel e prequel, stessi cliché e stesse strategie di marketing. Ma non ha senso dire che il cinema in sala non esiste più, queste esperienze possono coesistere. I festival, per esempio, continuano ad avere un grande valore perché hanno quel sapore di “evento” che inevitabilmente si perde se guardi un film a letto, in pigiama, addentando una pizza. Ma le cose diventano irrilevanti solo quando… diventano irrilevanti. E il cinema non lo è ancora».

A proposito di festival. Verrà presto alla Festa del Cinema di Roma con il film Il mistero della casa del tempo.
«Nasce dal desiderio di tornare ai tempi d’oro della casa di produzione Amblin, che ha realizzato tanti film per bambini e ragazzi che trasmettevano un senso di reale pericolo, con vera suspense. Pensi a titoli ormai classici come Poltergeist, Gremlins e ovviamente E.T. In anni recenti, l’idea del film per bambini è stata spesso “igienizzata”, semplificata. Allora, hanno chiamato come regista Eli Roth, che è un maestro dell’horror, un genere che anch’io amo moltissimo. Eli è regista e attore, una persona molto brillante e creativa. È figlio di uno psicoanalista freudiano: non stupisce che si sia dato all’horror (ride, ndr). Ci siamo divertiti parecchio».

Alla Mostra del Cinema di Venezia, si è visto un documentario in cui il regista tedesco Hermann Vaske ha rivolto per trent’anni ad attori, registi, musicisti la stessa domanda: «Perché siamo creativi?». Lo chiedo anche a lei.
«Siamo creativi perché siamo istintivamente curiosi, come i bambini che chiedono perché, perché, perché milioni di volte. La qualità delle domande è importante quanto quella delle risposte. Da adulti, siamo o non siamo creativi perché sappiamo che per esserlo bisogna correre rischi. Non c’è grande scoperta o rivelazione che non sia frutto di un grande errore o un grande fallimento precedente. Nell’arte come nella scienza. La bellezza non è solo nelle parole o nei dipinti, ci può essere grande bellezza anche nei numeri».

È cambiata la sua idea di bellezza, nel corso degli anni?
«In termini estetici, direi proprio di no. Ma sono cambiate le qualità interiori che rendono, ai miei occhi, una persona attraente».

Si definisce femminista?
«Sì, lo sono sempre stata e non l’ho mai considerato negativo. Crescendo in una famiglia di donne, per me è un termine da sempre associato a forza e uguaglianza, e mi sono sempre sentita la beneficiaria di tutte le lotte precedenti, so quanto è costato loro quanto abbiamo ottenuto noi, delle generazioni successive. Ma c’è ancora tanto da fare! In qualunque modo chiamiamo i movimenti attuali, con qualunque hashtag li definiamo, il punto è ancora un discorso contro il potere. Non lontano dal discorso di ogni generazione di artisti che per ribellarsi contro l’establishment vuole distruggere le roccaforti istituzionalizzate. Ho fatto parte di un’installazione intitolata Manifesto con un amico artista, Julian Rosefeldt, che parlava proprio di questo, del bisogno di distruggere quello che c’è stato prima. Ma non sempre è necessario: si può anche costruire sopra quello che c’è stato prima, senza raderlo al suolo».

(to be continued)

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